Novellara Blues Festival
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Quanto stavate aspettando questo momento? Per quante volte avete sperato di aprire le pagine del nostro sito e trovare questa sorpresa? Vi abbiamo fatto penare, lo ammettiamo. L’attesa è finita, miei cari bluesman! Si comincia! Tutto per voi la prima parte del Live di Max Prandi e Max Lugli! In realtà questa avrebbe dovuto essere la registrazione del “soundcheck”; invece le prove del suono si sono trasformati in una appassionato miniconcerto per coloro che, fregandosene della calura del primo pomeriggio, si sono fermati a prendere una fresca birra sotto i portici. Un suono genuino, confidenziale, libero dagli schemi e dalle logiche che può avere un live “serio” (se di serietà si può parlare quando si ha a che fare con il blues…) e due artisti, goliardici, veri e divertiti. C’è chi dice che questi momenti siano stati più belli del Live serale…A voi contraddire/condividere l’opinione! Buon ascolto!
Max Prandi & Max Lugli Soundcheck! part 1: Play Now | Play in Popup | Download
Novellara Blues Festival #1: Play Now | Play in Popup | DownloadLe foto del Novellara Blues Festival 2007Created with Admarket’s flickrSLiDR.
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Novellara Blues Festival #1: Play Now | Play in Popup | DownloadDal “Taccuino della Bassa”
Seguendo l’ardore della terra e il timbro delle foglie, mi dirigo verso Novellara, terra dei Gonzaga. Mi informo. Mi dicono che che li “fanno musica” e questo mi piace. Raccolgo la voglia di scoperta, una manciata di buonumore e insieme alla mia dueruote costeggio gli odori della campagna, l’alcova del borgo e l’imponenza della Rocca….Venerdi 29 Giugno 2007, Acetaia San Giacomo, Novellara
Spesso mi ritrovo a pensare che sapore possa avere un dipinto, una scultura, un colore…o una musica. Ebbene: il blues ha il sapore arroventato dell’aceto, il suo retrogusto asprigno e il melanconico abbraccio del suo balsamo. Mai connubbio fu più azzeccato. Sul palco “Follon Brown Band”. Mi informo. Uno stimato gruppo locale, amante del genere. Non poco, penso, per Novellara avere anche una band che apprezza l’elitaria bellezza del blues. Mi sorprendo e mi lascio trascinare dalla musica che carica l’atmosfera del locale. Tra i fumi dei tavoli e il calore delle pietanze, immersa nell’ amichevole beatitudine delle persone, seguo il ritmo stancando il mio piede. Il blues unisce. Mi sento come a casa e questo mi piace.
Sabato 30 Giugno 2007, Borgonuovo di Novellara.
La Piazza invoglia le stelle ad accendersi in cielo. E’ un richiamo lontano, quasi arcano,che fa l’uomo all’infinito. C’è voglia di stare insieme e di scrollarsi del fremito che il quotidiano ci addossa. Tutto è semplice: i tavoli marcano la rotondità del pavimento, l’oscuro metallo della statua centrale sembra trasformarsi in timido chiarore e le luci dei lampioni illuminano l’oro dei caffè. La gente serena prende posto; rilassata e interessata, attende che si giri chiave di violino. Si accendono le casse e il caldo suono di una classica hammond ci accoglie. “Alex Lo Marco Band” così si fanno chiamare. Mescolano agrodolci ballate a frizzanti giri di accordo. Noto che tra loro c’è molto feeling; penso che siano amici anche nella vita vera e questo mi piace perchè la loro profonda unione riecheggia tra l’affabile pacca sulla spalla del contrabasso al fugace bacio della chitarra, tra la chiassosa voce del cantante e la decisa stretta di mano della batteria, fino al sacrale abbraccio della profonda tastiera. Gli sguardi di sintonia invadono il pubblico che, divertito, tarda fino a serata inoltrata. Il blues lega le persone e questo mi piace.
Domenica 1 Luglio 2007, Rocca di Novellara
Tante le cose da vedere oggi. E questo mi piace.Impazzisco per le foto, quelle belle; quelle che non ritraggono pose finte o situazioni asettiche. Mi piacciono quelle in cui il corpo vibra tra la tensione del gesto e la velocità dello scatto. Click. E’ un attimo. Colui che sa cogliere la più piccola sfumatura del momento merita la mia stima. E adesso, Mirko Carletti, la merita. Vedo la sua mostra tra gli archi della rocca. “Una strada del blues” si intitola e raccoglie persone e luoghi che ne costellano il cammino. La percorro tutta in un fiato, come faccio di solito con la mia dueruote. Le immagini mi parlano di amore; tanto amore per questo blues maledetto. E anche di odio; odio per questo despota che ti cattura senza preavviso ma di cui non puoi più fare a meno una volta liberato. Perché il blues è un demone fatto di luci ed ombre, di chiari e scuri. Il blues mi imprigiona e questo mi piace.
C’è anche da leggere. Perchè niente è più fascinoso delle immagini che ci si crea nella mente leggendo un libro. Incontro un vecchio ramingo di cui ho già sentito parlare, un aedo del blues, uno che non si fa abbindolare facilmente quando si tratta di musica, uno tosto insomma! Edoardo”catfish”Fassio. Una pietra del blues in Italia. Scrive il tipo. Ha scritto un libro, diversi veramente. Nel pomeriggio presenta la sua ultima fatica: “Il blues”. Non serve girovagare molto sul contenuto ma spendo due spiccioli per la sua colorita spiegazione del blues. Ci racconta di situazioni paradossali e inverosimili (tradimenti, disincanti, piccole soddisfazioni e tanta solitudine) che possono sembrare mille miglia lontani da noi ma che poi, a mente rischiarata da una fresca bionda alla spina, le trovi come le molliche nelle tue tasche o come la polvere nel tuo cassetto. Le fregature e le consolazioni ci appartengono e ci sono sempre nella tua vita da beffardo e il blues non si stanca di ricordartelo e questo mi piace. Ad accompagnare il momento, un grande del blues italiano: Angelo “Leadbelly” Rossi. E’ la sua chitarra, deliziosa come una giovane donna sfrontata, che lentamente ci introduce alla serata
All’improvviso è sera. La luna non ha chiesto a nessuno il permesso per accendersi, atteggiamento ineducato, penso, ma molto blues anche questo. Proprio adesso mi accorgo di quanta bellezza mi circonda. Il rossore delle pietre della rocca luccica al tenue chiarore dei lampioni. In maniera naturale accoglie i viandanti venuti qui, perchè stasera, miei cari, qui “si fa blues!”
Sul palco salgono due giovani sbarbati. Mi chiedo se la loro gioventù non nasconda delle
virtù. Pochi giri e qualche battito e capisco il perchè al duo è stato assegnato un prestigioso premio americano che premia solo la qualità. Ben Hernandez e Nathan James sono il meglio di ciò che il blues possa offrire tra le sue nuove leve. Nathan sembra accarezzare con reverenza la sua chitarra, come se fosse un oggetto magico, quasi sacro, da cui fa sgorgare un fiume di suoni e colori. Ben invece è uno sciamano. Con la sua fisarmonica a bocca richiama a sé gli spiriti della terra e li fa danzare al suono delle posate usate come strumento di percussione. Mi sento come un viandante che ha imboccato la strada giusta e questo mi piace.
Dopo di loro si succedono grandi nomi del Blues. Che fortuna essere qui stasera, penso.
Max Prandi e Max Lugli mi sconvolgono. Una cascata di ritmo mi coinvolge. Quasi perdo la mia proverbiale inerzia sotto i colpi dell’energia scatenata da questi uomini, maledetti anche loro, inebriati dall’atmosfera, pieni di talento ed estro.Vedo il pubblico agitarsi, corrodersi, stimolato ed eccitato dal crescendo torbido e continuo. E’ un tripudio di emozione, blues e sudore. Sudano tanto ed ogni piccola goccia di sudore scende a rianimare la voglia di questi artisti fino a trascinarli ad un suono corposo e vivo. Il blues ci scuote fino a sfiancarci e questo mi piace.
A seguire rincontro piacevolmente di nuovo i Follon Brown. Ma sono diversi. Cioè uguali
a sè stessi, ma differenti. Noto come la grinta della serata li abbia totalmente coinvolti fino a trasformarli e a spingerli a dare il massimo, riuscendo meglio della serata precedente. Penso che occorra veramente dare l’opportunità a loro, come ad ogni altra band emergente in italia, di esibirsi e di vivere in più occasioni questi momenti di confronto e di comunione tra gli artisti. Il blues è scoprire di essere piccoli ma grandi e questo mi piace.
Ma il cammnino non si ferma, il blues non ha ancora mostrato il suo vero volto. A farlo è Brian Templeton e la sua voce grossa come un monte, piena come un uovo, che mi accende come il fuoco. Assomiglia ad una grande quercia le cui radici si scuotono dal profondo della terra continuamente, ondulando tra i rudi toni e gli acuti sfiorati dai leggeri rami. Con lui una gioia nostrana, il vanto di un’ Italia ormai senza eroi. Enrico Crivellaro
è un dono. Un dono di un Dio che ha voluto regalarci un attimo di sollievo dalle nostre turpi vite. E’ un tutt’uno con quella chitarra. Il suo viso, le sue espressioni, i suoi gesti seguono il pentagramma e la sua voce è quella di una chitarra limpida, chiarissima, come la luna e le stelle in questo scorcio di notte. Il blues è sporco come un bicchiere vuoto di birra e brillante come il cielo d’estate e questo mi piace.
***
A completare la serata salgono sul palco carbone e argento. Cedric Burnside & Steve “Lightnin” Malcolm concludono la serata in maniera sublime. I ritmi dall’africo sospiro di Cedric e l’ironica sensualità della chitarra di Malcom si susseguono in ritmi passionali, coinvolgenti, quasi ossessivi. Instancabili, chini sui loro strumenti, a simboleggiare che il blues ti appartiene e ti possiede. Vana chimera desiderare di fuggire. Orrore e perdute certezze dominano chi ne ha abbandonato il cammino. Nel blues copulano sogni ed amarezze e questo mi piace.
La serata finisce.Sui muri della rocca poche ormai sono le ombre che si inseguono.Sono sfinita e stordita. Ma tanto appagata.E’ il blues, baby.E questo mi piace.


